Re dei frutti e simbolo delle Langhe, il Tuber Magnatum Pico bianco, conosciuto anche come Tartufo d’Alba o del Piemonte, è senza dubbio il più pregiato tartufo esistente, il più complesso e raffinato al gusto, il più raro.

Il “cercatore” o Trifulao, supportato dal fidato cane, lo individua nei sentieri più nascosti delle colline di Langhe e Roero e del Monferrato, lo raccoglie a mano da fine estate fino all’inizio dell’inverno. A volte la raccolta avviene di notte in modo che il cane sia meno disturbato, ma soprattutto per non far svelare i punti dove poterlo trovare.

Questo gustoso fungo ipogeo vive interrato in particolare in prossimità delle radici di alcune piante, quali ad esempio la quercia, il tiglio, il nocciolo, il carpino e il pioppo.

Le dimensioni sono variabili: da pochi grammi a un chilo! Così come il costo che dipende da fattori climatici e ambientali: in certe annate di particolare scarsità il Tuber magnatum Pico è arrivato a costare 4.500 euro al chilo.

Il tartufo è da sempre avvolto da un alone di mistero per la sua origine, per il piacere gustativo unico e per le proprietà che nei secoli gli sono state attribuite.

Le prime notizie certe sul tartufo compaiono nella Naturalis Historia, di Plinio il Vecchio. Nel I secolo d.C., il poeta Decimo Giunio Giovenale spiegò che l’origine del prezioso fungo, a quell’epoca chiamato “tuber terrae”, si deve ad un fulmine scagliato da Giove in prossimità di una quercia (albero ritenuto sacro al padre degli dèi). Poiché Giove era anche famoso per la sua prodigiosa attività sessuale, al tartufo da sempre si sono attribuite qualità afrodisiache. Giovenale affermò anche che “era preferibile che mancasse il grano piuttosto che i tartufi” e scrisse “Poi a primavera, se gli invocati temporali avranno reso più laute le cene, ecco i tartufi. E Alledio: ‘Tienti pure il tuo frumento (…), ma mandaci i tuoi tartufi!’.

Dimenticato durante il Medioevo, si ripresentò sulle tavole intorno al XIV secolo e nel 1700 il tartufo Piemontese era considerato presso tutte le Corti europee una prelibatezza.

Usato come dono diplomatico, ad esempio da Camillo Benso Conte di Cavour per fini politici, oltre che come omaggio prezioso (ed apprezzato) a personaggi di rilievo internazionale.

Fu Giacomo Morra, il ristoratore Albese “re dei tartufi”, che per primo utilizzò il nome “Tartufo d’Alba”, ad avere l’idea imprenditoriale, che diede il via ad una lunga tradizione, di inviare ogni anno il miglior esemplare a personaggi illustri della politica, dello sport e dello spettacolo, come quelli regalati a Rita Hayworth, Harry Truman e Sophia Loren, diventandone così ambasciatore nel mondo e contribuendo a rendere famoso il tartufo bianco di Alba a livello internazionale.

Sul tartufo si sono pronunciati anche grandi personaggi, come il compositore Gioacchino Rossini, per lui era “il Mozart dei funghi”; Alfred Hitchcock, attratto dal mistero che circonda i tartufi, tanto da volerne girare un film; Marilyn Monroe, che scrisse a Giacomo Morra di non aver «mai assaggiato niente di più gustoso ed eccitante: a lei il mio grazie particolare per il piacere che mi ha procurato!». Lord Byron lo teneva sulla scrivania perché il profumo lo aiutasse a destare la sua creatività e Alexandre Dumas lo definì il Sancta Santorum della tavola.

La più importante manifestazione dedicata a questo magnifico prodotto è la ” Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba ” che si tiene ad Alba (CN) tra fine ottobre e inizio novembre.

Vengono organizzate suggestive camminate nei boschi, anche in notturna, per turisti e appassionati estimatori dei Tartufi, per vivere in prima persona la ricerca e la raccolta, accompagnati da esperti “trifolau” e dai loro cani. Possibilità di abbinate visite in cantina e degustazioni guidate dei migliori vini delle Langhe e del Piemonte.

Il tartufo è composto da circa l’80% di acqua, contiene potassio, seguito, calcio, sodio, magnesio, ferro, ma il suo valore non sta nel suo apporto alimentare, ma piacere che produce nel fruitore!

Il tartufo bianco va servito crudo, tagliato in sottili lamelle su cibi sia freddi che caldi: ideale sulla fonduta, sui “tajarin”, sul risotto alla piemontese, sulla carne cruda all’albese, sui funghi porcini e ovuli reali crudi, sulle uova al tegamino, che ne esaltano particolarmente l’aroma.